mercoledì 20 luglio 2016

I miei Autori: Hermann Hesse

Hermann Hesse nasce il 2 luglio 1877 a Calw, in Baden-Württemberg, da famiglia pietista di origine sveva e baltica. Verso la fine della sua carriera, nel 1946, fu insignito del premio Nobel per la letteratura. Ciononostante, si tratta di un autore a cui molto spesso la germanistica di stampo classicista non riconosce piena dignità letteraria, probabilmente in vista del carattere spesso autobiografico e adolescenziale dei suoi testi.

Hesse pone infatti al centro della sua opera la ricerca di sé. Questo è visibile non soltanto in romanzi per così dire spirituali come Siddharta, ma è percepibile in diverse misure in tutta la sua opera: protagonisti delle sue storie sono spesso ragazzini alla ricerca del loro equilibrio e di un sereno stare al mondo. Il superamento delle crisi esistenziali è una parte fondamentale del percorso che viene sviluppato all’interno dell’arco narrativo, tant’è vero che la sua opera più ambiziosa, Das Glasperlenspiel (in italiano, Il giuoco delle perle di vetro) del 1943, viene spesso additata, tra tante altre, come un Bildungsroman (letteralmente, ‘romanzo di formazione’) o una versione alterata di esso.

Il suo stile tocca molto spesso toni lirici e personali che sanno far breccia nel lettore e che sono in grado di comunicare con la sua parte più umana e spirituale. Hesse attinge spesso ad una sorta di versione migliorata di noi stessi, credendo di fatto che ci sia un io migliore all’interno di ognuno di noi che aspetta di schiudersi ed aprirsi al mondo. È in questa poeticità, in particolare contrasto con l’orrore della guerra e con la crudeltà del mondo, che Hesse, a mio avviso, acquista particolare rilievo. All’interminabile e sempre migliorabile ricerca di sé, di un io migliore, infatti, questo autore sa attribuire una funzione cardine in ogni individuo, per ricordarci in fondo che non siamo solamente una persona, una maschera, ma che siamo in continuo divenire, proprio come il fiume in Siddharta. La nostra evoluzione non si può e non si deve arrestare mai, dobbiamo essere, come suggerisce in questo romanzo, dei ‘Suchende’, dei cercatori, instancabili ed orientati verso la nostra evoluzione.

In un’opera successiva, Der Steppenwolf (in italiano, Il lupo della steppa) del 1927, Hesse si dedica ad un protagonista per lui piuttosto atipico: si tratta, infatti, di un uomo di mezza età che ha deciso di suicidarsi il giorno del suo cinquantesimo compleanno. Per quanto i tratti autobiografici siano evidenti anche in questo Harry Haller, le cui iniziali richiamano in modo lampante quelle dell’autore, il lettore si trova tuttavia davanti un protagonista che ha già compiuto un percorso e che ha già raggiunto determinate conclusioni circa la sua vita. Queste conclusioni vengono riassunte in un ‘Traktat’ (generalmente tradotto in italiano come ‘dissertazione’) che tocca in particolar modo il rapporto problematico con la borghesia e la conflittualità presente in Harry: egli, infatti, presenta due personalità in perenne lotta tra di loro, ossia l’uomo e il lupo. Mentre l’uno lo spinge alla civiltà e lo rende di fatto parte integrante della borghesia, dell’ordine civile e del decoro che domina questo strato sociale, l’altro gli impedisce di accettarlo totalmente, lo incoraggia effetivamente a rinnegare questa parte di sé e mette a nudo tutte le ipocrisie che sono parte fondante di una classe sociale orientata al profitto, a dei dubbi valori e ad una vita ordinaria e catalogata. Il romanzo, quindi, nonostante la sua atipicità, rappresenta di fatto la risoluzione di una crisi ed è quindi in linea con la poetica hessiana.
Un frame dal film Steppenwolf di Fred Haines (1974)

Premessa fondamentale del superamento di una crisi in Hesse, come nella vita, è il confronto con l’Altro. Spesso, infatti, questo autore tedesco propone due poli in contrasto tra di loro, la sintesi dei quali genera un senso di serenità e permette al protagonista, in particolar modo, di raggiungere un io migliore, più alto, per quanto brevemente. Questo, cionondimeno, non significa che Hesse abbia scritto unicamente romanzi dal finale positivo ed ottimista, anzi, spesso i finali sono amari o finiscono in tragedia; tuttavia all’interno della narrazione è sempre presente un momento positivo generato precisamente dall'incontro-scontro di due forze opposte: in Der Steppenwolf queste sono racchiuse nel protagonista stesso, ma più tipicamente queste vengono incorporate in due distinti personaggi, come in Demian possono esserlo Emil Sinclair e Max Demian, o in Unterm Rad (in italiano, Sotto la ruota) Hermann Heilner e Hans Giebenrath, o ancora, in modo più lampante, in Narziß und Goldmund (in italiano, Narciso e Boccadoro) i due personaggi eponimi. La polarità tipica di Hesse è quindi premessa fondamentale del percorso verso un io migliore.

Richard Ziegler, 'Hermann Hesse' (1950)
© Richard-Ziegler-Stiftung Calw
Un discorso poi spesso trasversale è quello della psicanalisi, in particolare quella di Carl Gustav Jung. Con la scoperta di questa, infatti, Hesse fu in grado di ascrivere uno spessore scientifico a determinati rapporti all’interno della sua opera. Primo esperimento in questo campo è quello di Demian, del 1919, ma il suo interesse per e studio della psicanalisi non scemerà nemmeno negli ultimi anni in cui è la guerra a prendere il sopravvento. Dalla remota Svizzera, così simbolicamente lontana dalle grida sofferenti dei soldati e dalla devastazione subita e perpetrata dalla Germania nazista, Hesse compirà il suo testamento spirituale e letterario condensando in un Bildungsroman di qualche centinaio di pagine un mondo pacifico improntato alla cultura e all’erudizione chiamato Castalia. È in questa pace e in questo otium litteratum che immaginiamo il vecchio Hermann negli ultimi anni della sua vita – ed è precisamente in questi ultimi anni che il mondo si sdebita del suo contributo alla germanistica e alla letteratura europea e mondiale attribuendogli il premio Nobel per la letteratura.


Ciò che più mi attrae di Hermann Hesse è il suo saper essere leggero, spirituale, a tratti ottimista, ma al contempo anche caustico e critico del mondo moderno. Al suo pacifico sguardo penetrante il mondo non può sottrarsi, per quanto possa celare dietro alle sue tante illusioni delle atrocità inenarrabili. Queste divengono parte della narrazione nell’oeuvre di Hesse, il quale addita in lontananza ‘die kalte Welt der Anderen’ (“il freddo mondo degli Altri”), come lo chiama in Demian, ma al tempo stesso ci accompagna verso un percorso tortuoso e accidentato che ha per meta la ricerca stessa del proprio io e del proprio spazio all’interno di un mondo freddo ed indifferente, se non crudele. Una ricerca – e su questo convengo con il caro Hermann – che è tanto astrusa quanto essenziale al nostro vivere quotidiano.

domenica 19 giugno 2016

I miei Autori: Franz Kafka

Franz Kafka è indubbiamente uno dei più importanti scrittori della letteratura mondiale. I suoi racconti e romanzi informano l’immaginario collettivo da diversi decenni, tanto da aver lasciato ai posteri non soltanto il termine “kafkiano”, che denota quell’atmosfera straniante e inquietante tipica dei suoi scritti, ma anche e soprattutto una serie di situazioni e scenari che esprimono appieno l’angoscia esistenziale tipica del Novecento.

Franz nasce a Praga, in Repubblica Ceca, il 3 luglio 1883 da una famiglia di origine ebraica. La sua prima lingua rimane però il tedesco, che coltiverà sia durante la sua formazione giuridica che durante la sua successiva – e breve – carriera lavorativa in campo assicurativo. Svolgendo questa professione a tempo pieno, si lamentava spesso di poter usufruire di poco tempo per scrivere, tanto da restare spesso sveglio di notte per scrivere ciò che fluiva naturalmente da lui. Il suo lavoro veniva considerato da Kafka stesso come un Brotberuf (letteralmente, “lavoro del/per il pane”), ossia come una professione atta al mantenimento economico di lui e della sua famiglia. A ciò si opponeva la sua scrittura quasi automatica, viscerale, che era al contempo la valvola di sfogo e il metro di misura della sua personalità.

Il conflittuale rapporto con il padre è forse una delle poche punte dell’iceberg conosciute alla quasi totalità delle persone. Basta addentrarsi in pochi racconti – e per giunta tra i più famosi – per ritrovare questo attrito padre-figlio traslato su una storia verosimile con nomi significativi che rimandano a quello dell’autore stesso. Tutto ciò emerge in maniera ancora più esplicita nella famosa Lettera al padre, che è ormai l’elemento di punta di questo aspetto di parte dell’opera di Kafka.

Quanto – e come – effettivamente questo malo rapporto abbia influito sulla sua visione del mondo è stato provato più e più volte da diversi critici: ricordo, per esempio, un articolo di uno psicanalista che si era interessato alla vita e all’opera di questo importante ed influente scrittore del primo Novecento europeo e aveva suggerito che il suo rapporto conflittuale con il padre fosse alla base del suo forte senso di colpa che trapela – e anzi prorompe – in gran parte delle sue opere, se non vogliamo considerare le lettere. Sosteneva, infatti, che il piccolo Kafka, da bambino, in una fase quindi estremamente caratterizzante e vulnerabile del suo sviluppo, avesse vissuto in un mondo in cui la punizione paterna avveniva non tanto per correggere un’azione sbagliata, quanto piuttosto secondo schemi imprevedibili e assurdi. Il risultato di ciò è pertanto una visione estremamente crudele del mondo, un caos malvagio che punisce secondo leggi indecifrabili.

Questa legge, d’altronde, compare più di una volta negli scritti di Kafka: è quella stessa legge che punisce tutti senza dare possibilità di appello, una legge secondo cui la condanna deriva direttamente dal sospetto e dall’accusa e secondo cui essa viene trascritta direttamente nella pelle dell’imputato ignaro della propria colpa, come nel racconto ‘In der Strafkolonie’ (in italiano, ‘Nella colonia penale’). Si tratta di una legge impenetrabile, come ci spiega ‘Vor dem Gesetz’ (in italiano, ‘Davanti alla legge’) e come viene poi ripreso da uno dei tre Romanfragmente (letteralmente, ‘frammenti di romanzi’) Der Prozess (in italiano, Il processo). Nel mondo di Kafka, insomma, l’accusa non è mai infondata e viene immediatamente seguita dalla condanna senza che l’imputato abbia possibilità di difendersi e far valere le proprie opinioni.

(Intervallo di simpatia)
Ciò che ne consegue è pertanto un annichilente senso di colpa che permea il protagonista checché egli abbia compiuto. Questo si nota, per esempio, in uno dei racconti più famosi di Kafka, ‘Das Urteil’, tradotto generalmente in italiano come ‘La sentenza’, dove il mondo del figlio viene capovolto in poche righe dalle parole irate di un padre malato e debole. Tuttavia, questo senso di colpa emerge anche in un’altra forma, specialmente nelle opere successive al 1916, anno di svolta secondo il critico e primo vero editor degli scritti kafkiani Malcolm Pasley. Dai temi della pena e della colpa si passa, secondo questo importante critico, al tema della responsabilità per un compito spirituale. Se questo sia vero o no è una questione di interpretazione, come succede spesso per un autore così enigmatico e insondabile come Kafka. Io personalmente ritengo vera quest’affermazione, pur riservando di fatto uno spazio piuttosto importante a quel senso di colpa che è così caratteristico di Franz e della sua Weltanschauung anche nella seconda sezione della sua opera. È indubbio, a mio avviso, che ci sia un senso spirituale, un desiderio di trascendere la realtà per portare a termine un compito non meramente terreno; tuttavia, se anche questo compito è presente, i protagonisti dei racconti e dei romanzi di Kafka si ritrovano impossibilitati ad adempiere a una tale agognata funzione che potrebbe elevarli al di sopra della gretta e crudele realtà nella quale sono inseriti. Si pensi, a titolo esemplificativo, al racconto ‘Der neue Advokat’ (‘Il nuovo avvocato’), dove a fare da protagonista è ciò che soleva essere il destriero di Alessandro Magno, che ora, persa una vera e propria guida, una spada unica che sappia indirizzare i suoi sforzi, ha deciso di dedicarsi alla giurisprudenza, allo studio dei libri di legge come mansione pratica e sicuramente meno insoddisfacente dell’inseguire un compito spirituale non meglio specificato. O, se aiuta, basti pensare a Das Schloß (Il castello), al cui protagonista, K., viene affidato il compito di agrimensore pur essendo di fatto impossibilitato ad accedere a quella grande e ominosa struttura che sovrasta la città. Il romanzo narra per l’appunto dei vani tentativi del protagonista di avvicinarsi al castello, tant’è vero che di fatto ogni capitolo è l’inizio di una nuova fallimentare impresa.

Questo sicuramente porterà alla mente il mito di Sisifo, condannato a far rotolare su per una pendenza una pietra solamente per vederla rotolare dall’altra parte per tutta l’eternità. Non è un caso che lo scrittore francese del secondo dopoguerra Albert Camus si sia interessato a Kafka e alla sua opera, oltre che a questo noto personaggio della mitologia greca. In un saggio dedicato all’autore de Il processo, Camus suggerisce argutamente: “le monde de Kafka est à la vérité un univers indicible où l'homme se donne le luxe torturant de pêcher dans une baignoire, sachant qu'il n'en sortira rien” (“il mondo di Kafka è in verità un universo indicibile in cui l’uomo si permette il torturante lusso di pescare in una vasca da bagno sapendo che non ne caverà nulla”). Ciò che ne consegue è un senso di colpa e frustrazione che si lega molto bene a quello che informa la prima parte dell’opera di Kafka – senso di colpa che diventa pertanto il fil rouge dell’opera kafkiana anche se vogliamo accettare la tesi di Pasley.

Una pagina di un manoscritto (kafka.org)
Questo critico, come ho accennato sopra, fu il primo vero editor dei manoscritti di Kafka. Infatti, essi vennero destinati alle fiamme dal loro stesso autore, ma l’amico Max Brod decise che c’era qualcosa di valore e, fortunatamente, non rispettò il desiderio finale di Franz e procedette quindi alla pubblicazione senza avere davvero le competenze per mettere insieme i diversi frammenti scritti da Kafka. Quest’ultimo, infatti, aveva un modo estremamente singolare di scrivere: tutto ciò che abbiamo di suo è contenuto in tre o quattro quaderni che passano fugacemente da un racconto ad un altro, da un frammento di un romanzo ad altri scritti che non vi hanno nulla a che fare. Come suggerito sopra, Kafka seguiva un processo di scrittura automatica per cui tutto ciò che scriveva era dettato da una forza che prorompeva da dentro di lui – e non è un caso, infatti, che vedesse il libro come “un’ascia per il mare gelato dentro di noi” („Ein Buch muss die Axt sein für das gefrorene Meer in uns”). Ne risulta quindi un insieme di scritti estremamente caotico: basti pensare che del romanzo Il processo son stati scritti per primi il capitolo introduttivo e quello finale, mentre gli altri si trovano in pagine successive, motivo per cui esso viene considerato un frammento di romanzo pur avendo un inizio e una fine.

Di fronte ad un processo creativo tanto inverosimile quanto ingarbugliato nel suo avere un ordine poco sistematico, è chiaro che solamente un professore di letteratura tedesca, nonché critico letterario di successo, come Malcolm Pasley, Fellow e Tutor del Magdalen College dell’Università di Oxford, poteva fare ordine laddove l’amico scrittore di Kafka Max Brod aveva fallito. Egli, infatti, riportò i manoscritti kafkiani in macchina dalla Svizzera, dove erano custoditi in un caveau di proprietà dei discendenti di Kafka, fino alle Bodleian Libraries di Oxford e lì inizio a studiarli per curarne finalmente un’edizione propriamente detta dei romanzi e dei racconti. È così che nascono quindi i primi veri studi dell’opera kafkiana e, specialmente, di quei testi, come Il processo, che dipendono totalmente da decisioni di editing di terzi.

È proprio attraverso questi manoscritti confusi, corretti e ricorretti, che una personalità disturbata e geniale come quella di Franz Kafka continua a vivere. Il suo additare una realtà caotica, insofferente ed enigmatica è un monito imperituro a tutto ciò che esula dal nostro quotidiano affaccendarci e che deve essere notato, se non osservato. Da qui il mio amore per la sua personalità e la sua scrittura, tanto ostica quanto geniale, e da qui il mio desiderio di divulgare ciò che lui rappresenta per me, per la letteratura e per l’umanità intera.

giovedì 19 maggio 2016

I miei Autori: Virginia Woolf

George C. Beresford, 'Virginia Woolf in 1902'
Virginia Woolf nasce Adeline Virginia Stephen il 25 gennaio 1882 a Kensington, Londra. Viene considerata oggi una delle scrittrici più importanti sia del modernismo, movimento di inizio Novecento, sia più generalmente della letteratura inglese. La Woolf è passata alla storia, oltre che per i suoi fenomenali romanzi, anche per il suo impegno nella lotta femminista della prima metà del secolo scorso.

Dopo un primo momento di sperimentazione con racconti brevi, Virginia si dedica a romanzi più voluminosi, primo fra tutti The Voyage Out (1915), a seguire Night and Day (1920), Jacob’s Room (1922), Mrs Dalloway (1925), To the Lighthouse (1927), Orlando: a Biography (1928), The Waves (1931), The Years (1937) e Between the Acts (1941). Come si può notare anche solo dalle date di uscita dei romanzi, Virginia Woolf fu una scrittrice prolifica, che passava le giornate a leggere e scrivere. Ne è un sintomo anche la grande quantità di saggi da lei scritti su diversi temi, primi fra tutti quelli femministi e letterari. Tutti i suoi libri venivano pubblicato attraverso la Hogarth Press, una casa editrice fondata da lei stessa e suo marito Leonard Woolf, da cui Virginia prese il cognome com’era consuetudine ai tempi.

Figlia di un illustre personaggio del Vittoriano, la scrittrice londinese ha sempre sentito il peso della tradizione sulle sue spalle, che si trattasse di quella del realismo e della narrazione convenzionale dei testi del XIX secolo o quella più generalmente legata alla mentalità delle generazioni a lei precedenti. Virginia si oppose ad entrambe le influenze, pur sentendone fortemente il peso. I suoi romanzi sono spesso testi d’avanguardia, che si propongono di rompere con la tradizione stabilita dai periodi precedenti. Basti pensare che il suo terzo romanzo, Jacob’s Room, è pensato come una biografia di un protagonista, Jacob Flanders, che in realtà non ci è dato modo di conoscere. Questa idea deriva, da una parte, dal desiderio sempre forte della scrittrice di rivoluzionare la letteratura e avvicinarla alla vita: scrive infatti nel suo diario che questa volta intende lasciare tutto “crepuscolare”, senza alcun tipo di “impalcatura”, con “a malapena un mattone in vista”. Dall’altra, questa concezione di romanzo si rifà anche e soprattutto alla sua opinione secondo la quale è impossibile conoscere un’altra persona, poiché la mente altrui è impenetrabile. Nel romanzo, la narratrice – o, volendo, l’autrice stessa – dà voce a questi punti di vista diverse volte.

Nobody sees any one as he is, let alone an elderly lady sitting opposite a strange young man in a railway carriage. They see a whole – they see all sorts of things – they see themselves… (Jacob’s Room, Oxford: OUP, p. 36)

Nessuno vede qualcun altro com’è davvero, figuriamoci una signora anziana seduta di fronte ad un giovane sconosciuto nella carrozza di un treno. Vedono un insieme – vedono qualsiasi cosa – vedono loro stessi...

It is no use trying to sum people up. One must follow hints, not exactly what is said, nor yet entirely what is done – [...] (Jacob’s Room, Oxford: OUP, p. 37)

È inutile provare a riassumere le persone. Bisogna seguire degli indizi, non esattamente ciò che viene detto, neppure totalmente ciò che viene fatto – [...]

Anche lo stile di Virginia Woolf è particolare, frammentario, spesso ostico, simbolico. Si rifà di frequente a delle immagini per esprimere l’ineffabile e per contribuire alla caratterizzazione dei personaggi. Nel caso di questo terzo romanzo, di fatto come lettori conosciamo il protagonista solo attraverso la prospettiva di altre persone, dei posti che frequenta, degli oggetti che possiede. Diventa pertanto chiaro come la Woolf attingesse ad un genere del tutto tradizionale come quello della biografia per creare una “biografia di frammenti”, come la definì la sua più grande biografa, Hermione Lee, di fatto ampliando gli orizzonti di un genere così usuale, persino banale.

Un discorso parallelo e al contempo trasversale è poi quello femminista. Virginia, infatti, non poté frequentare l’università a causa dei numeri esigui di college e università aperte alle donne all’epoca. Attraverso suo fratello Thoby, tuttavia, riuscì ad avvicinarsi ad un insieme di studenti di Cambridge, con cui avrebbe poi fondato il Bloomsbury Group a Londra. Questo gruppo era famoso all’epoca per essere estremamente d’avanguardia: non solo raggruppava artisti e intellettuali del calibro di Lytton Strachey, Vanessa Bell, sorella di Virginia, Duncan Grant e John Maynard Keynes, ma i rapporti tra di loro erano spesso dettati da un desiderio di evasione dalle costrizioni sociali, tant’è che si dice – e ce n’è traccia nei diari della scrittrice – che ognuno si sentiva libero di sperimentare anche in campo sessuale con qualsiasi altra persona del gruppo, maschio o femmina che fosse.


Alcuni membri del Bloomsbury Group, tra cui Vanessa Bell e Lytton Strachey

























Quest’idea di libertà sessuale individuale, è inutile dirlo, era estremamente rivoluzionaria all’epoca, come lo era l’interesse di Virginia per il femminismo e la liberazione della donna da una società fatta di uomini. In uno dei suoi saggi di stampo femminista, nonché uno dei più famosi, la Woolf sostiene il diritto di ogni donna ad avere “una stanza tutta per sé” (in inglese, “a room of one’s own”) poiché questo consente ad ogni donna di assumere e curare una dimensione personale che trascenda i suoi obblighi morali di moglie e madre. Non a caso Virginia passava il suo tempo a scrivere, specialmente romanzi, racconti, saggi e lettere, nonché a leggere opere di diversi autori inglesi e non per poi scriverne delle recensioni.

Un altro aspetto caratterizzante della vita dell’autrice è senza dubbio la sua instabile salute mentale. Sentiva spesso delle voci, aveva attimi di profonda depressione seguiti da serenità e anzi occasionale felicità. Suo marito Leonard fece il possibile per aiutarla, trasferendosi qua e là in modo tale da cercare la pace della campagna o il caos della città per poterla tenere occupata; la fondazione della Hogarth Press rientra in questo tentativo di dare sfogo alla sua creatività, tant’è che tutti i suoi testi sono molto chiaramente privi di un vero e proprio lavoro di editing svolto da terzi: tutto ciò che ha scritto è passato solamente attraverso il suo filtro di scrittrice ed è probabilmente grazie a questo che possiamo godere del suo peculiare stile anche oggi senza tagli e censure di vario genere.

Com’è risaputo, Virginia Woolf si suicidò nel fiume Ouse il 28 marzo del 1941, lasciando dietro di sé grandi romanzi e la seguente lettera al marito:

Dearest, I feel certain that I am going mad again. I feel we can't go through another of those terrible times. And I shan't recover this time. I begin to hear voices, and I can't concentrate. So I am doing what seems the best thing to do. You have given me the greatest possible happiness. You have been in every way all that anyone could be. I don't think two people could have been happier 'til this terrible disease came. I can't fight any longer. I know that I am spoiling your life, that without me you could work. And you will I know. You see I can't even write this properly. I can't read. What I want to say is I owe all the happiness of my life to you. You have been entirely patient with me and incredibly good. I want to say that – everybody knows it. If anybody could have saved me it would have been you. Everything has gone from me but the certainty of your goodness. I can't go on spoiling your life any longer. I don't think two people could have been happier than we have been. V

Carissimo, mi sento sicura che sto impazzendo di nuovo. Sento di non poter attraversare un altro di quei terribili periodi. E non rinsavirò questa volta. Inizio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi farò ciò che mi pare essere la cosa migliore da fare. Mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che una persona possa essere. Non penso che due persone possano essere state più felici finché non arrivò questa terribile malattia. Non riesco più a lottare. So di star rovinando la tua vita, so che senza di me potresti funzionare. E funzionerai, ne sono sicura. Vedi, non riesco neanche a scrivere questo per bene. Non riesco a leggere. Ciò che voglio dire è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato totalmente paziente con me e incredibilmente buono. Voglio dirlo, tutti lo sanno. Se qualcuno mi avesse potuto salvare quel qualcuno saresti stato tu. Tutto è scomparso da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso più continuare a rovinare la tua vita. Non penso che due persone possano essere state più felici di noi due. V


Con queste parole, Virginia prese congedo dal tiepido microcosmo che apparteneva a lei e a suo marito Leonard, ma al tempo stesso abbandonò anche quella realtà fortemente maschilista e assolutamente crudele che non poteva non vedere e anzi osservare ogni giorno. Attraverso i suoi scritti, la Woolf vive ancora, la sua aura è destinata a brillare intorno alla fiaccola del femminismo, dell’uguaglianza, del genio e della scrittura. Mentre lei affoga nel fiume appesantita da delle pietre nelle tasche, il mondo va avanti, dimentico di ciò che lei ha saputo lasciare. E noi ci troviamo qui a cercare di rimembrarla e a riconoscerle i meriti che le spettano.

venerdì 6 maggio 2016

Adolf Hitler e il Male




Dopo aver visto il film dal titolo Lui è tornato, ho pensato di buttare giù qualche considerazione personale sul tema. Come probabilmente molta gente avrà capito dal trailer, il film esplora la possibilità che Adolf Hitler si risvegli nel 2014 direttamente sopra al bunker in cui si era suicidato nel ’45 e che divenga presto oggetto di un documentario nonché di un programma televisivo.

Chiunque abbia studiato la letteratura tedesca del secondo Dopoguerra saprà che la Germania ha avuto parecchia difficoltà a superare quel capitolo nero della sua storia, tant’è che anche oggi il nazismo è spesso considerato un tabù e non è, come accade per esempio per il fascismo in Italia, oggetto di satira o ironia. In tedesco, oltretutto, esiste una parola che sta a rappresentare l’obiettivo di superare il passato – e nello specifico quel passato: Vergangenheitsbewältigung. Dal 1945 in poi, questo concetto è stato esplorato da diversi scrittori tra cui Thomas Mann (e la sua famiglia di scrittori in generale) e Günter Grass, tanto per citare due premi Nobel per la letteratura. Mentre il secondo esplorava i tempi del nazismo – e non solo – tramite il genere del romanzo storico (si veda, per esempio, il celebre Tamburo di latta), il primo ragionava su questa funerea parentesi nella storia dell’impero tedesco riprendendo, tra le altre cose, la storia del Faust e riadattandola in forma romanzata. Peraltro in questo testo, dal titolo appunto Doktor Faustus (Dottor Faustus in italiano), Thomas Mann suggerisce, attraverso un parallelismo con un personaggio, che la Germania abbia fatto un patto col diavolo, col male assoluto, scegliendo Adolf Hitler come cancelliere nel 1933. Il tema del Faust, ossia quello del patto col diavolo per accedere all’onniscienza e alla totalità della vita in tutte le sue sfaccettature, viene qui pertanto declinato in un’ottica storico-culturale per fare luce sul male che si impossessava di quel Paese dei poeti e dei pensatori (das Land der Dichter und Denker) e lo tramutava in un Paese dei giudici e dei boia (das Land der Richter und Henker, notare l’assonanza in tedesco).



Il film Lui è tornato (in tedesco, Er ist wieder da), tratto dall’omonimo romanzo di Timur Vermes del 2012, pur presentando spezzoni dal lampante umorismo tipicamente tedesco, propone anche una serie di spunti interessanti, per quanto non inediti. Affascinanti sono gli spezzoni girati come una sorta di esperimento sociale in cui un attore impersona Adolf Hitler e si confronta con l’attualità e in particolare con i problemi rilevati e messi in evidenza da una fetta consistente della popolazione. In queste scene, gli attori si espongono ad un pubblico genuino, sincero, che non manca di aprirsi a considerazioni razziste e populiste. Colui che si assume essere l’ex dittatore è certo molto bravo ad incoraggiare le persone a dare sfogo ai propri pensieri e al proprio malcontento e non manca, in alcune occasioni, di mettere in evidenza la crisi politica e valoriale subita dalla Germania e, con lei, dall’Europa se non dal mondo intero. Problemi come i recenti flussi migratori e l’antipolitica vengono additati da lui, quel mancato pittore definito ironicamente da Bertolt Brechtl’imbianchino” (der Anstreicher, in tedesco), con una retorica invidiabile che fa certamente leva sulla frustrazione di una buona parte della popolazione tedesca.

La sua dialettica emerge immediatamente accanto alla sua capacità di adattarsi alla nuova realtà del secondo decennio del ventunesimo secolo e sono precisamente queste due qualità a garantirgli un successo virale nella società dei mass media. Le parti effettivamente recitate e orientate al dispiegamento di una narrativa vera e propria, infatti, ritraggono Hitler come un nuovo fenomeno tanto divertente quanto caustico e sagace. Ben presto colui che si assume essere solamente un impersonatore dell’ex dittatore fa breccia nel mondo della televisione nonché nella quotidianità del popolo tedesco. Il personaggio principale che scopre per primo questo nuovo fenomeno e che lo accompagna in giro per la Germania in una serie di avventure, appunto, genuine, è l’unico che effettivamente realizzi che quella persona che non esce mai dal proprio ruolo è veramente il mancato pittore di origine austriaca e questo gli crea, come ci si può aspettare, un crollo di nervi e la perdita della sanità mentale. Senza dare troppo spazio a spoiler, che comunque in questo film hanno poco da rovinare, citerò solamente a cosa arriva questa nuova pellicola. Conclusione di Lui è tornato è infatti che Hitler, in quanto incarnazione del Male, è un fenomeno quasi endemico, imprescindibile dall’esistenza quotidiana di qualsivoglia individuo. Questo male, pertanto, altro non è che una parte significativa di noi stessi, il che mi riporta alla mente una scultura che vidi un paio d’anni fa all’Ashmolean Museum di Oxford: “Teseo e il Minotauro” (1942) dello scultore lituano Jacques Lipchitz.




Secondo quanto raccontato dall’artista stesso, all’inizio egli intendeva rappresentare l’orrore della guerra e la lotta, in particolare, tra Hitler-minotauro e De Gaulle-Teseo. Il punto focale iniziale era in gran parte quello della fuga e del salvarsi da un male incombente – anzi, di fatto già manifesto – poiché egli, in quanto ebreo, era preoccupato dalla minaccia dell’imbianchino in Europa. Tuttavia, con l’evoluzione del concetto e, con esso, della scultura stessa, egli realizzò che di fatto i due personaggi in lotta fanno parte l’uno dell’altro: Teseo sta lottando non solo contro il Minotauro, ma, di fatto, contro una parte di sé stesso.


Allo stesso modo, Lui è tornato sottolinea quest’appartenenza di Hitler non solo alla storia tedesca e al suo sviluppo, ma anche e soprattutto allo spirito tedesco dal 1945 in poi. Il tentativo di affrontare quel funesto passato coincide con la lotta di Teseo per sconfiggere una parte di sé. Guardato da una prospettiva più vasta, il Male e l’umanità sono imprescindibili l’uno dall’altra e l’arte ci convince molto spesso che possiamo individuare un Minotauro e distaccarlo da noi, ma nel momento in cui pensiamo di essercene liberati noteremo invece che qualcosa è rimasto, che “lui è tornato”.

sabato 2 aprile 2016

Otii Encomium

Albrecht Dürer, 'Melencolia I' (1514)


























Dopo aver passato un periodo piuttosto intenso in cui avevo sia un lavoro che un saggio da consegnare per l’università, ho deciso di scrivere di un tema a me caro: l’ozio. Per quanto possa sembrare banale, forse anche ridicolo, ho avuto modo di riflettere negli ultimi mesi su quanto sia fondamentale avere delle ore di ozio nella vita quotidiana.

Il termine in sé deriva dal latino otium che nasceva in contrapposizione al negotium (spesso al plurale negotia), ossia quell’insieme di attività che derivavano dalla partecipazione alla vita pubblica e/o socio-economica. L’ozio, al contrario, era il tempo libero, se vogliamo semplificare, ossia tutto quel tempo che l’individuo dedicava a qualsivoglia attività egli desiderasse svolgere.

Per approfondire questo aspetto, credo sia essenziale fare una premessa. Quando facciamo parte di una società civile, indossiamo una maschera giuridica che sostanzialmente limita la nostra persona ad una serie di diritti, di doveri, di responsabilità e di mansioni. Non è un caso che la parola “persona” in latino significasse originariamente “maschera”: il termine in sé infatti deriva dal verbo “per-sonare”, “suonare attraverso”, in riferimento alla fessura attraverso cui la voce deve passare quando un individuo, e nello specifico dell’etimo un attore teatrale, indossa una maschera. Pertanto, durante i nostri negotia, noi indossiamo una maschera a seconda di quale mansione svolgiamo all’interno della società di cui facciamo parte.

Il termine che si contrappone a “persona” è quello di individuo. Anche questo deriva dal latino, dove “in-dividuus” indica tutto ciò che è indivisibile e di conseguenza unico, speciale. Durante il nostro ozio siamo pertanto individui, unici e irripetibili, ognuno coi propri interessi e le proprie peculiarità. Il tempo libero rappresenta quindi quel lasso di tempo in cui l’individuo si toglie la propria maschera di persona per poter esplorare e migliorare le proprie capacità.

In una società capitalistica come quella in cui viviamo ogni giorno, veniamo costantemente spronati ad utilizzare il nostro tempo in modo produttivo. Ritengo, però, che non sempre si faccia attenzione al modo in cui viene utilizzato questo aggettivo. Nell’interesse del gretto capitale, infatti, ognuno dovrebbe portare la propria maschera di persona molto più a lungo di quanto necessario. Figure come quelle dell’imprenditore e del libero professionista, rese possibili tra le altre cose dal sistema socio-economico odierno, consentono e, di fatto, spingono gli individui nascosti dietro alle loro maschere a trascurare tutto ciò che invece a mio avviso andrebbe incoraggiato. Tutto questo, ovviamente, nel quadro di una logica prettamente economica dove più lavoro, più guadagno, più posso permettermi oggetti che mi garantiscano un certo status sociale.

Il mio interesse per questa tematica, già palesato, tra le altre cose, nel monologo intitolato ‘Il fabbro’, è cresciuto negli ultimi mesi come risultato della sopraccitata strana congiuntura storica tra studio e lavoro, congiuntura a me sconosciuta fino a poche settimane fa. Lavorare, anche solo part-time, per poi tornare a casa e dedicarsi ad attività più intellettuali come la stesura di un saggio può essere, non lo nego, molto soddisfacente, purché le due non vadano ad inficiarsi reciprocamente – e, naturalmente, purché le due siano fatte con un certo grado di soddisfazione che esuli dal semplice interesse materiale per il denaro. Fintanto che scrivo un saggio su un romanzo fenomenale di una scrittrice geniale posso ancora ricavarne qualcosa che vada oltre la concretezza della consegna dello stesso ai fini dei crediti universitari.

Tuttavia, osservando le persone intorno a me, noto come molti individui si debbano privare del proprio otium per inseguire degli obiettivi non sempre piacevoli e non sempre così dettati da un interesse genuino per la materia o la sostanza di cui si parla. Certo, nulla vieta loro, in qualità di persone, di dedicarsi ad attività noiose o poco gradite, anzi, è necessario occuparsi anche di queste di tanto in tanto – il lavoro dei sogni probabilmente nasconde delle insidie non sempre visibili di primo acchito. Quando il negotium però viene ad appropriarsi dell’otium, io credo sia necessario tornare alla radice del problema. I ritmi frenetici possono anche esserci, oggi più che mai, ma credo sia imprescindibile tenere sempre a mente che non siamo solo delle “personae”, ma anche e soprattutto degli “individui”.

L’ozio, checché se ne dica in questa società dominata dai negotia, merita di esistere in quanto dà forma e voce a tutto ciò che ci è più caro, prima fra tutti la nostra identità – parola che etimologicamente, ci tengo a ricordarlo, implica una molteplicità di cose “surrogabili l’una all’altra, senza che possa indursene mutamento di sorta” (etimo.it). Non siamo, quindi, ciò che produciamo, contrariamente a ciò che ci viene propinato quotidianamente; la nostra identità trascende le nostre maschere e funge da foce a estuario dove diverse acque si incontrano e si mescolano. Senza questa molteplicità, la nostra capacità di individui viene meno.

domenica 14 febbraio 2016

Σίσυφος (Sísyphos)

Ho deciso di dedicarmi ad uno dei miti che mi sono più cari, quello di Sisifo, condannato da Zeus a rotolare eternamente su per un monte un masso senza mai riuscirci e dovendo quindi ogni volta ritentare pur conoscendo il proprio destino. Ecco quindi un monologo sulla scia de 'Il fabbro', 'Alba', e 'Nuvole'.

Franz von Stuck, 'Sisifo' (1920)

Per tutta l’eternità spingo questo greve masso su per una salita che non si mitigherà mai. Una salita che mi guarderà indispettita ad ogni mio tentativo, che si farà beffa di me e del mio eterno movimento costante quanto futile. I muscoli si sforzano, si coordinano, cooperano affinché io possa nuovamente fallire. Ad ogni tentativo si fanno più forti, le dita dei piedi si stortano sempre più, si adattano in continuazione a ciò che viene loro richiesto, si piegano all’arbitrarietà di circostanze assurde. Le mie mani si fanno dure, callose, robuste; si appropriano della forma di questo masso, lo sfiorano, rivolgono la loro rinnovata energia verso un oggetto che è ormai diventato parte di loro. Lontani sono i giorni in cui esse, pavide, si avvicinavano a questo freddo pezzo di pietra per la prima volta. Lontana è la paura di non conoscerlo, di esplorare l’ignoto, l’alieno; altrettanto lontano è il timore di non potersi confrontare con esso. La vicinanza non mi atterrisce. Ho levigato questo masso ogni minuto della mia vita, l’ho fatto mio, mi sono appropriato delle sue fattezze, le ho in parte adattate a me. Questo masso è lo specchio del mio destino assurdo, dell’eterno ritorno di quelle stesse azioni futili, di quegli sforzi sovrumani, di quegli spazi soffocanti. Traggo calore da questo pezzo di pietra, mi impossesso dell’energia che posso derivarne. La mia esistenza è diventata una simbiosi con l’altro. Io lo levigo, lo rendo umano. Esso mi prepara ad un nuovo fallimento, ad un nuovo ripetersi.
In fondo, questo è il mio posto. Nella terra ai miei piedi vedo la concretizzazione delle mie erculee fatiche, conseguenze e al contempo cause della mia fallimentare impresa. Impronte diverse ma in fondo fin troppo simili, dominate da un caos che sa riproporsi anche nello scontare eternamente la stessa pena. Il sudore gronda dalla mia fronte e bagna il mio corpo come sangue che fuoriesce lento e costante da una ferita di color carminio. Sangue che abbandona il mio corpo a contatto con l’aspra concretezza di questa pietra e questa terra, che contribuisce a lubrificare questo eterno dolore, questa inscontabile condanna. Sì, questo è il mio posto, davanti a questa fredda terra, dietro a questo enorme masso che si fa beffa della mia forza fin troppo umana. Io sono la lotta stessa, la lotta contro un destino più grande di me, un destino che grava sulle mie spalle senza che io abbia la possibilità di scrollarmelo di dosso. Soffro, mi ribello, spingo con più forza, fallisco, soffro nuovamente. Eppure, potrei giurare di essere stato felice nel mio atto di ribellione. A questo mi aggrappo, questo mi incoraggia a tentare nuovamente, con rinnovato vigore, un’impresa intrinsecamente fallimentare. Per un attimo, una brezza piacevole rinfresca la mia fronte sudata e i miei muscoli tesi. Ma non c’è tempo per questo, no, bisogna continuare a spingere.


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Stavolta, ho pensato di lasciare spazio a qualche considerazione personale e letteraria. Infatti, la mia passione per Sisifo e il suo destino assurdo è nata principalmente scoprendo e, successivamente, leggendo un saggio del grande scrittore francese Albert Camus. Egli, infatti, spiega ne Il mito di Sisifo come la condanna di Sisifo sia intrinsecamente assurda: si ritrova infatti in un mondo senza moto reale, che continua a riproporsi nello stesso modo all’osservatore e soggetto che ne fa parte, ossia Sisifo stesso. Questo mondo assurdo è esattamente lo stesso in cui viviamo noi, secondo la Weltanschauung esistenzialista, un mondo scevro di qualsivoglia significato, privo di una vera e propria logica. Non è un caso che l’esistenzialismo sia nato come risposta al secondo dopoguerra e alla devastazione materiale e spirituale che ha portato con sé.

Tuttavia, l’esistenzialismo è lontano dall’essere una filosofia della crisi che si limita a prendere atto di essa senza proporre un messaggio positivo. Scrittori come Jean-Paul Sartre, Albert Camus e Simone de Beauvoir, infatti, sono famosi per il loro impegno sociale e civile. Questo è sintomo del fatto che questa triade non circoscriva la propria opera ad una élite di intellettuali, bensì cerchi di rivolgersi ad un vasto pubblico, almeno attraverso la propria narrativa. L’obiettivo, chiaramente, è quello di divulgare, di arrivare alle persone, alla società – un obiettivo che condivido anch’io che scrivo questo blog, seppur in modo molto più modesto.

Alla luce di questo attivisimo sociale, è possibile quindi passare alla seconda parte dell’analisi di Camus. Egli, di fronte ad un mito tanto assurdo e apparentemente crudele, elabora una risposta positiva, suggerendo che Sisifo, in realtà, sia felice. “La lotta stessa verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo”, dice Camus, estendendo quindi l’oscuro mondo del mito greco oltre i confini dell’assurdità e della crudeltà dell’esistenza fino a raggiungere il paradiso della felicità. Questo si concretizza quando un uomo, di fronte ad un destino più grande di lui, si ribella, lotta, si indigna, non accetta la propria sorte: in quel momento, in quell’atto, egli si erige a capitano della propria nave, si mette al timone e prende il controllo di un’esistenza priva di logica. E questa logica, non c’è bisogno di dirlo, viene a coincidere con quella che l’uomo decide di attribuirle: l’esistenza è assurda solo nella misura in cui l’uomo non le ascrive un proprio senso, un proprio significato; e nel fare ciò, egli si ribella ad un destino crudele e ad un mondo indifferente, assumendo pertanto una dimensione individuale improntata alla lotta.

Per scoprire qualcosa in più sull'esistenzialismo, invito alla lettura di questo vecchio post su questo blog.

domenica 10 gennaio 2016

Lo spettro del Femminismo

Gustav Klimt, 'Giuditta I' (1901)

























Ein Gespenst geht um in Europa – das Gespenst des Feminismus.

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del Femminismo.

Ignoto ai più, ripudiato da molti, tradito da troppi. Trascina le sue grevi catene qua e là, in tanti lo vedono, ma ne sono spaventati.

E se la donna potesse non essere madre? E se non dovesse necessariamente essere intrappolata dalla sua funzione biologica? E se trovasse realizzazione nella carriera? E se decidesse di lavorare, portare a casa il pane, portare dei pantaloni? No no, allontana questi funesti pensieri, spettro maledetto!
La donna è un’emanazione della maternità, deve accudire i figli, dev’essere l’angelo della casa. Che lavori pure, se le è dato, ma che accetti con rassegnazione soprusi e discriminazione. Uno stipendio più basso del vero lavoratore, l’uomo, quell’instancabile massa di forza erculea, che certo merita di più, abbisogna più denaro – è innegabile. Così vuole Madre Natura.
Madre Natura, questo confuso garbuglio di pensieri che vengono propagandati postumi, quando lo stato di natura è morto e sepolto. Lo stato di cultura se ne appropria, recupera il corpo nel suo giaciglio mal disposto, solleva il putrido cadavere e lo esibisce davanti agli occhi sbigottiti di milioni di persone. “È giusto, è giusto!” grida la folla aizzata, “Madre Natura ci vuole confinati ai nostri ruoli, vuole la donna madre, la donna angelo della casa, che accudisce i propri figli, che sacrifichi le soddisfazioni personali per cercarle nella propria prole! Madre Natura vuole l’uomo instancabile lavoratore, maschio alpha, conquistatore di donne, collezionatore di trofei di carne ed ossa!” C’è anche chi nomina il nome di Dio invano, senza accorgersi del processo di proiezione antropologica che ne sta alla base.
Il cadavere languisce davanti a tutti, marcio e imputridito. Non ci si preoccupa di scomodarlo in caso d’evenienza. A volte viene anche infilzato ed impalato, ad eterno ricordo di questi ruoli che avrebbe definitivamente stabilito in un mondo primordiale che nessuno può ignorare. Solo pochi notano che, in fondo, si tratta di un cadavere strappato alla sua tomba; che impalarlo è di fatto un atto di forza bruta, di violenza, di non accettazione di un mondo diverso; che ‘famiglia tradizionale’ e ‘teoria del gender’ sono termini che questa Madre Natura non ha mai conosciuto. Ma soprattutto, in pochi si accorgono della sofferenza di questo cadavere che non conoscerà mai l’eterno riposo, la pace, o perlomeno una tregua. Intossicato dai veleni umani, dal tirannico Capitalismo che non vede in essa una madre, quanto piuttosto una vittima da sacrificare all’altare del dio Capitale. E questa Natura, strappatole comodamente il ruolo di Madre, diviene schiava di un sistema che in quello stato di natura non ha mai trovato posto. Questa unica vera madre viene sacrificata con determinazione, ma mai sia che le donne possano conoscere una felicità che non sia quella famigliare di crescere dei figli ed occuparsi di una casa.
Lo spettro si aggira nella folla, tocca qualcuno, lo rende partecipe dell’inenarrabile sofferenza del nascere con due X stampate in ogni cellula. Sofferenza in fondo evidente, che si manifesta in copiose perdite di sangue e in altrettanto copiose perdite di denaro per ovviare al problema. Sofferenza in fondo anche mal celata, che viene perpetrata dal genere maschile ogniqualvolta ritenga opportuno fischiare, sbraitare, allungare le mani su ciò che di fatto non è un oggetto alla mercé dell’uomo. Sofferenza in fondo anche nascosta nella lotta quotidiana di ogni donna che non si senta madre, che voglia lavorare, cercare soddisfazioni personali senza per questo dover scendere a compromessi con un mondo dominato da uomini.
Qualcuno, nella folla, realizza tutto ciò con occhi vitrei e viso pallido, abbassa lo sguardo confuso e ben presto abbandona quella macabra declamazione su e contro Madre Natura. L’entusiasmo si smorza, la candela della devozione viene spenta dal raziocinio del progresso, la folla si sfoltisce. I pochi rimasti piantano radici lì, continuano a sbraitare, fermi nella convinzione che questo cadavere abbia leggi da dettarci. Allora creano di propria mano una teoria del gender, confusa, decadente, dannata. Ora hanno la loro crociata, il loro nemico, questo enorme mulino a vento fatto di cartapesta e qualche desiderio represso. Si elevano a rango di sentinelle, leggono confezioni di shampoo e riviste di gossip, condannano il declino della civiltà. Lungi dall’uomo e dalla donna elaborare una dimensione personale in cui si sentano a casa. Il mondo è un posto freddo, ognuno al proprio posto, con i propri ruoli e le proprie battute. Non deviamo dalla rotta prestabilita, non c’è spazio per Ulisse qui.

giovedì 17 dicembre 2015

Sulla tolleranza

Sulla scia della foto che sta circolando in questi ultimi giorni che mostra l’intollerante cartello di un paese nel bresciano, ho pensato di buttare giù qualche riga per ribattere a tutti coloro i quali si sentano in dovere di sostenere questa battaglia contro i mulini a vento iniziata ormai da mesi.



È indubbio che gli attentati a Parigi abbiano toccato e ferito noi europei molto più profondamente di quanto non avessero fatto altri atti terroristici nel Medio Oriente. Non mi soffermerò troppo su questo aspetto, poiché in parte credo si possa giustificare in qualche modo questa sensazione – e sottolineo sensazione, perché se fosse un pensiero vero e proprio avrei più difficoltà a considerarlo accettabile – di ansia e panico che domina la scena politica europea e la vita quotidiana di ogni europeo da ormai un mese a questa parte. D’altronde, e spero mi sia concesso il parallelismo senza suonare amorale e poco empatico, non credo si possa biasimare qualcuno se questi apprende dell’esplosione di una bomba dietro la propria casa quando normalmente le bombe non sa nemmeno che faccia abbiano. È senza dubbio anche merito dei mass media, che ci tengono aggiornati, da una parte, su ciò che viene comodo a loro, e dall’altra, su ciò che ci è più vicino. Insomma, qualcuno potrà storcere il naso leggendo della distruzione di un Tempio facente parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO a Palmira, in Siria, ma temo sia irrazionalmente giustificabile che la faccia della stessa persona assumerà un’espressione sgomenta se l’edificio in questione è il Colosseo a Roma. Come si suol dire, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Dal punto di vista razionale chiaramente questo discorso non regge e sono il primo a dire che la distruzione di un edificio antico e storicamente significativo sia un crimine contro l’umanità, come ha giustamente dichiarato l’UNESCO.

Ciò che d’altra parte trovo davvero esecrabile da molti punti di vista è il fatto che ci siano determinati soggetti che non condannano un’azione tanto ignobile quanto quella di chi ha avuto la geniale idea di ribadire che il proprio paese sia “a cultura Occidentale e di profonda tradizione Cristiana”, specificando sotto che “chi non intende rispettare la cultura e le tradizioni locali è invitato ad andarsene”. Ora, posso capire che questi attentati abbiano dato il via ad un’ondata di terrore e panico generale che continua ad imperversare nella vita quotidiana di molti europei, però non vedo come un cartello del genere possa dare una risposta sensata e razionale alla brutalità e alla barbarie che lo Stato Islamico sta mostrando e seminando qui e in quel Medio Oriente tanto lontano dai nostri occhi occidentali. Non dico che non fosse quasi scontata una chiusura nei confronti degli islamici, d’altronde di persone poco raziocinanti al mondo ce ne sono eccome, però insomma, internet è un potente strumento di informazione e di analisi se usato correttamente. Il problema a questo punto immagino sia che la gente ne faccia un uso alquanto maldestro ed insano.

Il Tempio di Bel a Palmira, in Siria

Questo mi porta a ricordare che non esistono al mondo religioni vere e clinicamente testate, poiché si basano tutte sulla fede, sulla necessità da parte dell’uomo di credere in qualcosa, che sia in un dio cristiano, nelle antiche divinità egizie o in Allah poco importa. Il mio sdegno e la mia condanna trovano conferma nel fatto che tutto ciò sia stato illustrato dalla civiltà occidentale – e sottolineo occidentale, giusto perché non appena si pronuncia la parola “Oriente” i cervelli si staccano disinteressati e anzi piuttosto infastiditi – secoli fa, in quella famosa “età della ragione” che si studia a scuola e che si presenta con il nome di Illuminismo. Tanto per offrire uno spunto meno trito – ma forse altrettanto banale, per chi conosce la letteratura tedesca – rispetto a Voltaire e compagni, ripropongo qui la famosa “Ringparabel” (letteralmente, “parabola dell’anello”) contenuta in un testo caro ai germanisti dal titolo Nathan der Weise (in italiano, Nathan il saggio) dell’illustre Gotthold Ephraim Lessing. La parabola racconta della tradizione per la quale il padre di una famiglia regala al figlio che ama di più un prezioso anello in possesso della stessa da generazioni. Ad un certo punto, il padre in questione è costretto a scegliere tra i suoi tre figli, che ama in egual misura. Alterando la tradizione in modo esemplare, il padre decide di far produrre altri anelli identici all’originale e di dare ad ognuno dei tre figli uno di questi, assicurando ad oguno di essi che il suo sia quello autentico. Una volta che il padre muore, i tre figli si ritrovano a discutere riguardo a chi possieda l’originale, ma le copie sono troppo simili per essere riconosciute, anche davanti ad una corte di giustizia.

Se si considera il contesto nel quale è inserita questa parabola, è possibile avere un indizio fondamentale riguardo a come dovrebbe essere interpretata. Infatti, essa viene proposta a Saladin, il Sultano d’Egitto, dal personaggio eponimo, Nathan, un tollerante negoziante ebreo, in risposta alla domanda del primo riguardo a quale delle tre religioni monoteistiche sia quella autentica. L’anello originale è indiscernibile dalle copie – sempre che non siano tutte copie – pertanto l’invito della corte, alla fine della parabola, è esattamente quello di non guardare all’autenticità dell’anello, poiché non c’è alcun modo di decretarla in modo oggettivo. Ciò che ne risulta è quindi un invito alla tolleranza, poiché nessuna delle tre religioni può determinare in modo esatto la veridicità delle proprie affermazioni né si basa tantomeno su un mondo fattuale e razionale.

Ciò si ricollega, oltretutto, ad un video realizzato da dei ragazzi olandesi che è circolato non troppo tempo fa su social network e affini. In questo interessantissimo esperimento sociale, infatti, i suddetti hanno letto ad alta voce a dei passanti qualsiasi dei passaggi della Bibbia spacciandoli per sentenze del Corano e chiedendo poi a questi cosa ne pensassero. Ovviamente la condanna è stata prontamente sguinzagliata da tutti, non senza un certo grado di moralità cristiana, finché gli autori del video non hanno svelato che si trattava in realtà della Bibbia e non del Corano. Le reazioni sono state piuttosto sincere e umili, il che onestamente mi ha rallegrato – in fondo, chi pensa di conoscere un testo sacro così bene da distinguerlo da un altro? Ognuno di essi racconta una storia scritta migliaia di anni fa che era anche e soprattutto il prodotto di un universo culturale completamente diverso da quello che viviamo nel 2015. Ogni religione, in misure diverse, contiene parole di conforto, di amore, d’odio e di disprezzo, e proprio per questo ritengo – e Lessing con me – che nessuno di noi sia nella posizione di condannare una religione piuttosto che un’altra.

Alla luce di quanto illustrato da questa parabola, se da un lato la prima parte del cartello di Pontoglio sopraccitato aiuta i poveri paesani a ritrovare la strada di casa a mo’ di freccia “VOI SIETE QUI” sulle mappe dei centri commerciali (“sì, sei a casa, tranquillo, sei in Occidente e sei in un territorio cristiano”), d’altro canto non vedo come il messaggio di intolleranza sottostante possa elucidare la posizione del malcapitato. O forse, per gli abitanti di Pontoglio, questo messaggio di intolleranza sarà come una sonora pacca sulla spalla seguita da “pota bentornato a baita, la polenta è in tavola”; ciò che mi sconforta è che si debba e si possa ricorrere a tali colpi bassi per dichiarare la superiorità di un credo sugli altri, dimenticando di fatto la laicità dello Stato tanto cara ai giuristi.

Nella mia modesta opinione di italiano non aderente ad un credo ben preciso e stabilito, la religione, come tante altre cose, è una scelta personale e privata che deriva dalle diverse necessità di differenti persone. Non mi ritengo superiore a nessuno dei credenti solo perché decido di non far parte del mondo religioso né tantomeno sento la necessità di dichiarare ciò su un cartello all’entrata del mio paese. L’obbligo di rispettare la mia visione occidentale e cristiana – ammettendo che sia tale – tange i turisti, i visitatori e i miei vicini solamente nella misura in cui essi rispettino le leggi della mia terra: il mio credo non può e non deve farne parte.

Peraltro, mi chiedo che ne sarebbe di Davide se cercasse di sconfiggere Golia a mani nude...